DSA: cosa significa Con la sigla DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) s’intendono una serie di difficoltà stabili e specifiche in lettura, scrittura e/o calcolo. Non dipendono da scarso impegno o intelligenza. A scuola comportano didattica personalizzata e l’elaborazione di un PDP con strumenti compensativi e misure dispensative.
In questa guida troverai:
DSA: cosa significa la sigla
Tipi di DSA: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia
Segnali e sintomi in classe
Normativa: Legge 170/2010 + DM 5669/2011
Obblighi della scuola: PDP con strumenti compensativi e misure dispensative.
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DSA: significato dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento
DSA: cos’è (in parole semplici)
I DSA (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) sono difficoltà stabili che riguardano alcune abilità scolastiche di base — lettura, scrittura e calcolo — e che rendono più faticoso imparare con i metodi “standard”, anche quando lo studente ha un’intelligenza nella norma, ha frequentato la scuola con regolarità e ha ricevuto spiegazioni adeguate.
In pratica: lo studente può capire i contenuti, ma può avere difficoltà a leggere velocemente e correttamente, a scrivere senza errori o a automatizzare alcune procedure di calcolo. Il punto non è “non capisce”, ma impiega più risorse per fare la stessa cosa e si affatica prima.
Perché si dice “specifico”
“Specifico” significa due cose, importanti:
Riguarda aree precise, non tutto l’apprendimento. Il problema è in una o più abilità specifiche (lettura/scrittura/calcolo), non in un “deficit generale”.
Non coincide con scarsa motivazione, pigrizia, svantaggio culturale o insegnamento “sbagliato” (anche se questi fattori possono peggiorare la situazione).
Cosa riguarda
Decodifica e correttezza/rapidità nella lettura
Ortografia e/o grafia nella scrittura
Automatismi e procedure nel calcolo
Cosa NON riguarda (di per sé)
Il livello di intelligenza
La volontà di impegnarsi
La comprensione concettuale in generale (può esserci, ma non è la definizione del DSA)
Tipi di DSA: dislessia, disortografia, disgrafia, discalculia
Dislessia
Riguarda soprattutto la lettura: velocità, correttezza e fluenza. Lo studente può leggere, ma spesso in modo lento, con errori, e con un carico attentivo elevato che si ripercuote su comprensione e studio.
Disortografia
Riguarda l’ortografia: errori ricorrenti (anche dopo molte esercitazioni), scambi di grafemi, omissioni, raddoppiamenti, accenti, apostrofi, ecc. La difficoltà sta nel codificare correttamente la parola scritta.
Disgrafia
Riguarda la grafia e l’aspetto esecutivo della scrittura: tratto, leggibilità, ritmo, organizzazione spaziale sul foglio. Può emergere come scrittura molto lenta, faticosa o poco leggibile, con impatto sulle verifiche.
Discalculia
Riguarda il numero e il calcolo: automatismi (tabelline, fatti aritmetici), stima, procedure, manipolazione dei numeri. Non è “va male in matematica” in generale: spesso è una difficoltà specifica nel trattamento numerico e nelle procedure.
DSA: disturbi e miti da smontare (subito)
“È svogliato”
Molti studenti con DSA si impegnano più degli altri, ma ottengono risultati peggiori perché la prestazione di base costa troppo. Se ogni pagina richiede il triplo del tempo, l’apparente “disimpegno” spesso è fatica + frustrazione + evitamento.
Indicatore tipico: a voce ragiona bene, ma su compiti di lettura/scrittura/calcolo crolla o rallenta drasticamente.
“Passa con l’età”
Non “passa” semplicemente crescendo. Quello che cambia è che, con strumenti e strategie adeguate, lo studente può compensare e diventare efficace. Senza intervento, spesso cambia solo la forma del problema: meno errori “infantili”, ma più fatica, lentezza, ansia, ritiro o calo motivazionale.
“DSA = disabilità”?
DSA non è sinonimo automatico di disabilità. È una condizione specifica che dà diritto a misure didattiche e organizzative mirate. L’obiettivo scolastico non è “abbassare l’asticella”, ma garantire accesso e valutazione equa: stessi traguardi, strumenti diversi quando servono.
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DSA: sintomi e segnali osservabili a scuola
Qui non parliamo di “etichette”, ma di indicatori osservabili. Un singolo segnale non basta: contano frequenza, persistenza, intensità e soprattutto scarto tra capacità (ragionamento/comprensione orale) e prestazione (lettura/scrittura/calcolo).
Segnali nella lettura (dislessia)
Lentezza, errori, affaticamento
I segnali tipici non sono “non sa leggere”, ma:
lettura molto lenta rispetto ai pari (anche su testi brevi);
errori di decodifica (sostituzioni, omissioni, inversioni, salti di riga);
perdita del segno, necessità di usare il dito o la riga come guida;
affaticamento rapido: dopo poche righe cala l’accuratezza, aumenta l’irritazione o l’evitamento.
Indicatore pratico da docente: se lo studente impiega un tempo sproporzionato per leggere consegne e testi, spesso “finisce male” anche quando conosce l’argomento, perché arriva già stanco.
Comprensione: quando cala e perché
La comprensione può essere buona se il testo viene ascoltato o se la lettura è sostenuta. Cala soprattutto quando:
la lettura assorbe tutte le risorse attentive (decodifica “costosa”);
il testo è lungo o denso;
c’è pressione di tempo (verifica, interrogazione scritta, lettura ad alta voce).
In altre parole: non è “non capisce”. È che non riesce a capire mentre lotta per leggere.
Segnali nella scrittura (disortografia/disgrafia)
Errori ortografici ricorrenti (disortografia)
Campanelli d’allarme tipici:
errori ripetuti e stabili su regole già spiegate e riprese;
scambi di grafemi (es. f/v, b/p, t/d), omissioni, aggiunte;
difficoltà con doppie, accenti, apostrofi, h, gruppi complessi;
errori che aumentano con la velocità o la fatica (dettato, verifica lunga).
Segnale chiave: l’errore non si “aggiusta” con la sola ripetizione meccanica.
Grafia poco leggibile, dolore/affaticamento (disgrafia)
Per la disgrafia guarda soprattutto l’aspetto esecutivo:
grafia poco leggibile o molto variabile;
scrittura lenta, pressione eccessiva sul foglio;
postura rigida, mano affaticata, dolore dopo poco;
impaginazione disordinata, difficoltà a rispettare righe e spazi.
Effetto a cascata: se scrivere costa troppo, lo studente produce meno, peggio, e spesso evita.
Segnali nel calcolo (discalculia)
Automatismi (tabelline, calcolo mentale)
Segnali frequenti:
difficoltà a memorizzare o richiamare fatti aritmetici (tabelline, addizioni semplici);
calcolo mentale lento e incerto anche su operazioni “di base”;
dipendenza da conteggio sulle dita o strategie immature più a lungo dei pari;
errori quando deve fare più passaggi in sequenza (attenzione saturata).
Errori sistematici e “perché”
Non è solo “sbaglia”: spesso sbaglia sempre nello stesso modo, per esempio:
confusione tra operazioni (somma/sottrazione, ×/÷);
errori nel valore posizionale (decine/unità, “mette in colonna” male);
difficoltà con procedure standard (riporto/prestito, divisioni, frazioni) perché la base non è automatizzata.
Traduzione didattica: lo studente può capire il problema a parole, ma inciampa quando deve trasformarlo in calcolo e gestire i passaggi.
Quando preoccuparsi davvero (e quando no)Variabilità normale vs campanelli d’allarme
È normale vedere:
oscillazioni di rendimento (giornate no, distrazioni);
qualche errore ortografico sporadico;
lentezza iniziale con testi nuovi.
Ci si preoccupa quando i segnali sono:
persistenti (mesi, non giorni);
frequenti (non occasionali);
disallineati rispetto all’impegno e al livello di comprensione orale;
Importanza dell’osservazione a scuola + confronto famiglia-docenti
La scuola ha un ruolo decisivo: non per “diagnosticare”, ma per osservare in modo documentato e condividere dati utili. Operativamente:
raccogli esempi (verifiche, quaderno, lettura a voce, tempi di esecuzione);
confronta la prestazione su compiti simili nel tempo (non un episodio);
parla con la famiglia in modo descrittivo (“cosa vediamo”), non etichettante (“cos’è”).
Risultato atteso: una decisione basata su evidenze: potenziamento mirato, strategie, eventuale percorso di valutazione, e nel frattempo misure didattiche ragionevoli per non far deragliare motivazione e autostima.
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BES è un contenitore scolastico (categoria pedagogica) che raggruppa situazioni diverse che richiedono personalizzazione. DSA è una specifica tipologia dentro quel contenitore, con una legge dedicata e procedure più “vincolanti”.
BES➡️significato e cosa include
BES = Bisogni Educativi Speciali. Non è una diagnosi clinica, ma una cornice educativa usata dalla scuola per decidere se e come personalizzare.
In Italia, i BES vengono normalmente ricondotti a alle seguenti grandi aree:
Disabilità (L. 104/1992)
DSA (L. 170/2010)
Altri disturbi evolutivi (es. DOP, ADHD, DSL)
Svantaggio (socio-economico, linguistico, culturale, e altre situazioni che richiedono personalizzazione)
Quindi: non tutti i BES sono DSA, ma tutti i DSA rientrano nell’area BES (nel senso “macro” scolastico). Il DSA però ha regole sue.
DSA dentro o fuori dai BES?
Dentro: il DSA è una delle macro-aree dei BES. Ma: il DSA non è “un BES qualunque”, perché ha:
normativa specifica (Legge 170/2010 + DM 5669/2011 e Linee guida),
strumenti tipici (compensativi/dispensativi),
una gestione documentale più standardizzata.
Perché la distinzione cambia strumenti e documentazione
La scuola non può usare lo stesso “pacchetto” per tutto. La differenza si vede soprattutto nei documenti:
Disabilità (L. 104) → documento principale PEI (non PDP).
DSA (L. 170) → documento principale PDP (di norma atteso quando c’è certificazione).
Altri BES (svantaggio/altre condizioni) → PDP possibile (non automatico in ogni caso): lo decide il Consiglio di classe/Team, motivando su osservazioni e bisogni.
personalizzazione motivata (strategie, strumenti, tempi) senza “automatismi”
Errori comuni nelle scuole (e come evitarli)
1) PDP “copiato e incollato”
Errore tipico: PDP pieno di misure “standard” che non rispecchiano il profilo (es. misure sulla lettura quando il problema è soprattutto ortografico, o viceversa).
Antidoto pratico: ogni misura deve rispondere a questa catena: bisogno specifico → barriera → misura → come si applica in verifica → come si valuta. Se manca “come si applica” e “come si valuta”, il PDP è carta.
2) Misure non coerenti con il profilo
Errore tipico: mettere misure dispensative “forti” per abitudine o, all’opposto, negare strumenti essenziali “perché deve abituarsi”.
Antidoto pratico:
pochi strumenti, ma usati (non elencati);
dispensative solo se riducono una barriera che altrimenti falserebbe la prestazione;
verifica rapida dopo 3–4 settimane: funziona / va adattato / non serve.
3) Valutazioni incoerenti
Errore tipico: in didattica concedi strumenti, in verifica li togli; oppure valuti “forma” quando l’obiettivo era “contenuto”.
Antidoto pratico:
distingui nel PDP prove di abilità (es. ortografia) e prove di contenuto (es. storia): non si correggono allo stesso modo;
rendi esplicito cosa si valuta e cosa non si penalizza in quella prova.
Normativa DSA: Legge 170/2010 e DM 5669/2011 (spiegati chiari)
La Legge 170/2010 non è “teoria”: è il perno che obbliga la scuola a trasformare il disturbo specifico dell’apprendimento da “problema dello studente” a responsabilità organizzativa e didattica della scuola. La legge viene poi resa operativa dai provvedimenti attuativi (in particolare DM 5669/2011 e relative Linee guida), che traducono i principi in strumenti concreti (PDP, compensativi/dispensativi, criteri di valutazione).
Legge 170/2010: cosa dice in sostanza
Finalità: diritto allo studio e successo formativo
La finalità è chiara: garantire agli studenti con DSA pari opportunità di apprendimento e successo formativo, evitando che una difficoltà specifica (lettura/scrittura/calcolo) diventi un fattore di esclusione, bocciatura “tecnica” o demotivazione cronica.
Traduzione pratica: la scuola deve mettere lo studente nelle condizioni di dimostrare ciò che sa, senza essere schiacciato dalla sola difficoltà strumentale.
Tutela e personalizzazione
La tutela si realizza con due leve operative:
Didattica personalizzata Significa scegliere strategie, tempi, modalità di lavoro e materiali che riducono le barriere tipiche del disturbo (per esempio: consegne più leggibili, uso di mappe, modalità orali quando ha senso, scaffolding procedurale).
Strumenti compensativi e misure dispensative
Compensativi: strumenti che “compensano” la difficoltà (es. sintesi vocale, mappe, formulari, calcolatrice, videoscrittura…).
Dispensativi: adattamenti che evitano prestazioni non essenziali o sproporzionate (es. tempi aggiuntivi, riduzione carico, modalità alternative), senza abbassare gli obiettivi.
Il cuore della norma è questo: personalizzare non è regalare, è rendere accessibile la prestazione richiesta.
Diagnosi e certificazione: cosa serve per attivare le misure
Ruolo della diagnosi
La scuola non fa diagnosi. La diagnosi/certificazione serve a:
identificare quali aree sono coinvolte (lettura, scrittura, calcolo) e con quale impatto;
indicare bisogni tipici e raccomandazioni;
permettere alla scuola di formalizzare interventi e criteri in modo tracciabile.
Operativamente: la certificazione è il documento che consente di attivare in modo pieno e documentato PDP e misure inclusive.
Tempi e passaggi tipici (senza burocratese)
Sequenza “normale” (poi i dettagli pratici possono variare per prassi territoriali):
Emergono difficoltà stabili (osservazioni a scuola + confronto con famiglia).
La scuola attiva interventi didattici mirati (recupero/potenziamento, strategie, strumenti di studio) e documenta ciò che osserva.
Valutazione specialistica (servizio pubblico o struttura accreditata, secondo indicazioni regionali).
Consegna della certificazione alla scuola (con gestione corretta della privacy).
Stesura del PDP da parte del Team/Consiglio di classe, con misure coerenti e applicabili in didattica e verifica.
Monitoraggio e aggiornamenti (non “una volta e basta”: si rivede se non funziona o se cambia il profilo di richieste scolastiche).
Nota operativa utile: anche prima della certificazione la scuola può (e deve) fare didattica di supporto e potenziamento; la formalizzazione “DSA” con PDP e tutele specifiche si appoggia però alla certificazione.
Scuola e famiglia: chi fa cosa (responsabilità chiare)
Collaborazione e comunicazione scuola–famiglia
Qui serve chiarezza per evitare due errori: la famiglia che delega tutto alla scuola, o la scuola che “scarica” sulla famiglia.
La famiglia: condivide la certificazione, collabora sul profilo di studio a casa, segnala cosa funziona e cosa no, mantiene un canale comunicativo costante (non solo “a problema esploso”).
La scuola: progetta e applica la personalizzazione in classe, definisce verifiche coerenti, esplicita criteri di valutazione, monitora e aggiorna le misure.
Lo studente (soprattutto dalla secondaria): va coinvolto su strumenti e strategie, perché l’obiettivo è l’autonomia, non la “protezione infinita”.
Documentazione essenziale e trasparenza
Per lavorare bene (e tutelare tutti) servono pochi elementi, ma fatti bene:
certificazione depositata correttamente;
PDP chiaro, specifico e applicabile (non elenco generico);
indicazione esplicita di: strumenti, misure, modalità di verifica, criteri di valutazione;
traccia del monitoraggio (cosa funziona, cosa va cambiato).
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Linee guida DSA: cosa chiedono alle scuole in pratica
Le linee guida DSA (insieme al DM attuativo) servono a tradurre la legge in istruzioni operative. Il messaggio di fondo è semplice: la scuola deve garantire accesso (didattica) e equità (verifica/valutazione) attraverso personalizzazione, strumenti compensativi e misure dispensative coerenti con il profilo.
Personalizzazione didattica: cosa significa davvero
Non “semplificare tutto”
Personalizzare non significa abbassare il livello o “togliere pezzi” a caso. Significa eliminare o ridurre gli ostacoli che non sono l’obiettivo disciplinare.
Esempio rapido:
Se l’obiettivo è comprendere un testo di storia, la lettura strumentale non può diventare il filtro che fa fallire tutto: si può lavorare con audio, mappe, anticipatori, consegne pulite, senza “regalare” la comprensione.
Regola anti-fuffa: una mappa è utile se riduce tempo e aumenta accuratezza, non se è un compito grafico.
Formulari e tabelle (quando e come)
Quando: per matematica/scienze/grammatica, se il problema è il richiamo di regole/procedure e questo falserebbe la prestazione.
Come: formulari brevi, condivisi, usati anche in esercitazione (non introdotti solo in verifica).
Calcolatrice (quando e come)
Quando: se il calcolo di base assorbe risorse e blocca il problem solving.
Come: definire in quali prove è ammessa (es. problemi, calcolo complesso) e in quali no (es. prove mirate sugli automatismi, se quello è l’obiettivo).
Software e strumenti digitali (esempi utili)
videoscrittura con correttore (quando l’obiettivo non è “ortografia pura”)
dizionari digitali e predizione di parola
scanner OCR / app per trasformare testo in digitale
quaderni digitali / app per mappe
Punto chiave: lo strumento va insegnato e allenato, altrimenti resta “sulla carta”.
Misure dispensative: esempi concreti
Le misure dispensative riducono richieste che, per quel profilo, sarebbero sproporzionate o non essenziali rispetto all’obiettivo.
Riduzione carico, tempi aggiuntivi, modalità alternative
Esempi tipici:
tempi aggiuntivi in verifica (se la lentezza è strutturale)
riduzione quantitativa (meno esercizi, ma rappresentativi; stesso obiettivo)
modalità alternative: orale al posto di scritto in alcune situazioni, oppure prova mista
evitare la lettura ad alta voce “a freddo” davanti alla classe, se non è obiettivo didattico
ridurre la copia manuale e le trascrizioni lunghe
Valutazione: come essere equi (non “buoni”)
Cosa valutare e cosa non penalizzare
Equità = valutare ciò che intendi valutare, non ciò che “cade dentro” per effetto del disturbo.
Esempi:
prova di storia: valuti comprensione e argomentazione → non ha senso far dipendere il voto dalla velocità di lettura o dall’ortografia, se il PDP lo prevede.
prova di ortografia: qui invece l’ortografia è l’obiettivo → è normale che venga valutata, ma con criteri chiari e coerenti (e con un lavoro didattico preparatorio).
Doppio binario corretto:
prove di contenuto (accesso facilitato + criteri che non penalizzano la fragilità strumentale)
prove di abilità specifica (obiettivo mirato + criteri espliciti)
Prove equipollenti e criteri trasparenti
“Equipollente” non significa più facile: significa equivalente negli obiettivi, ma diversa nella forma o nel canale.
Cosa serve per non fare pasticci:
criteri di correzione dichiarati (anche in rubrica semplice)
coerenza PDP → verifica → valutazione
comunicazione chiara allo studente: “qui valuto X, qui non penalizzo Y”
Regola anti-conflitto: se lo studente scopre in correzione che stavi valutando un aspetto che lui non sapeva fosse in gioco, hai già perso la partita (didatticamente e relazionalmente).
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DSA scuola: obblighi della scuola e diritti dello studente
La scuola non “fa un favore”: ha obblighi precisi. Il diritto dello studente non è avere voti più alti, ma avere accesso all’apprendimento e una valutazione coerente con il proprio profilo, tramite misure e strumenti stabiliti e applicati in modo sistematico.
DSA obblighi della scuola: cosa deve garantire
1) Didattica personalizzata
La scuola deve organizzare la didattica in modo da ridurre le barriere tipiche dell’alunno con DSA, senza snaturare gli obiettivi. In concreto significa, ad esempio:
consegne chiare e segmentate, lessico accessibile;
aggiornamenti del PDP quando serve (passaggio di ciclo, nuove richieste, esiti non coerenti).
Monitoraggio minimo: 2–3 check in anno scolastico con traccia essenziale (non verbali infiniti).
Il PDP: cos’è, quando si fa, come deve essere scritto
PDP come “patto operativo”
Il PDP (Piano Didattico Personalizzato) è il documento che traduce il profilo DSA in scelte concrete: cosa si fa in classe, cosa si fa in verifica, come si valuta. Non è un “modulo”: è un patto di lavoro tra scuola, famiglia e studente.
Quando si fa
Dopo la consegna della certificazione DSA e l’analisi del profilo da parte del Team/Consiglio di classe.
Può essere rivisto durante l’anno se le misure non funzionano o se cambiano le richieste.
Cosa DEVE contenere (sezioni essenziali)
Un PDP utile deve avere almeno questi blocchi (scritti in modo specifico):
Profilo funzionale scolastico: punti di forza + aree di fatica (non copia-incolla della diagnosi).
Obiettivi e priorità: cosa serve per farlo lavorare in modo efficace in quella classe.
Strategie didattiche: cosa fa il docente (non solo cosa “ha lo studente”).
Strumenti compensativi: quali, quando, in quali discipline/prove.
Misure dispensative: quali, con quale motivazione, in quali attività.
Verifiche: formato, tempi, canali, criteri di somministrazione.
Valutazione: cosa si valuta e cosa non si penalizza nelle prove di contenuto (criteri trasparenti).
Monitoraggio: quando si verifica l’efficacia e chi fa cosa.
H2 — FAQ
DSA cosa significa?
DSA significa Disturbi Specifici dell’Apprendimento. Indica difficoltà stabili che riguardano in modo specifico lettura, scrittura e/o calcolo (non l’intelligenza in generale). A scuola comporta la necessità di didattica personalizzata e l’adozione di strumenti compensativi e misure dispensative formalizzate nel PDP.
DSA: disturbo o disabilità?
Il DSA è una condizione specifica dell’apprendimento tutelata dalla Legge 170/2010. La disabilità (in senso scolastico) segue un impianto diverso (L. 104/1992 e documenti come il PEI). Traduzione pratica: con DSA si lavora su accesso e valutazione tramite PDP + compensativi/dispensativi; non è automaticamente “sostegno”.
DSA: quali sono i sintomi più frequenti?
I segnali più ricorrenti (osservabili) sono:
lettura: lentezza marcata, errori di decodifica, affaticamento rapido;
scrittura: errori ortografici persistenti (disortografia) e/o grafia lenta e poco leggibile con fatica (disgrafia);
calcolo: difficoltà negli automatismi (tabelline, fatti aritmetici), lentezza nel calcolo mentale, errori procedurali ricorrenti (discalculia).
Conta la persistenza nel tempo e lo scarto tra comprensione orale e prestazione strumentale.
BES e DSA: sono la stessa cosa?
No. BES è una cornice scolastica ampia (categoria educativa). DSA è una tipologia specifica dentro quell’area, con normativa dedicata (Legge 170/2010 + DM 5669/2011 e Linee guida). Operativamente: non tutti i BES sono DSA, ma il DSA ha misure più tipiche e una gestione documentale più definita (PDP).
Legge 170/2010: cosa prevede per la scuola?
In sostanza la legge impone alla scuola di garantire:
diritto allo studio e successo formativo per studenti con DSA;
didattica personalizzata;
uso di strumenti compensativi e misure dispensative;
verifiche e valutazione coerenti con il profilo, non punitive rispetto alla difficoltà strumentale.
Il principio chiave: lo studente deve poter dimostrare l’apprendimento senza essere bloccato dalla barriera (lettura/scrittura/calcolo) quando quella non è l’abilità oggetto della prova.
Linee guida DSA: strumenti compensativi e misure dispensative quali sono?
Dipende dal profilo, ma gli esempi più comuni sono:
Strumenti compensativi
sintesi vocale e testi digitali;
mappe e schemi;
formulari/tabelle;
calcolatrice (quando l’obiettivo non è l’automatismo di base);
videoscrittura con correttore / strumenti digitali utili.
Misure dispensative
tempi aggiuntivi;
riduzione del carico quantitativo (non degli obiettivi);
modalità alternative (orale/scritto/misto) in prove di contenuto;
evitare prestazioni non essenziali (es. lettura ad alta voce “a freddo” se non è obiettivo).
Regola: ogni misura deve ridurre una barriera senza cambiare l’obiettivo della prova.
PDP: chi lo scrive e quando?
Il PDP lo predispone il Team docenti (primaria) o il Consiglio di classe (secondaria), sulla base della certificazione e dell’osservazione scolastica. Si redige dopo la consegna della certificazione e va considerato un documento dinamico: si può aggiornare se le misure non funzionano o se cambiano richieste e carico.
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