pensiero laterale
edward de bono

Il pensiero laterale è un modo di affrontare problemi, idee e situazioni uscendo dagli schemi abituali, per cercare soluzioni nuove, creative ed efficaci. A scuola è utile perché sviluppa flessibilità, problem solving e partecipazione attiva.

Che cos’è il pensiero laterale

Il pensiero laterale è una modalità di ragionamento che porta a osservare un problema da un’angolazione diversa rispetto a quella più immediata o abituale. Invece di procedere in modo lineare, cercando una soluzione attraverso passaggi logici già previsti, invita a sospendere per un momento il percorso più ovvio e a considerare alternative inattese, connessioni insolite, ipotesi non convenzionali. La sua funzione non è sostituire il pensiero logico, ma ampliare il campo delle possibilità, aprendo spazi di ricerca che altrimenti resterebbero esclusi.

Il pensiero laterale mira a sviluppare flessibilità cognitiva, creatività, capacità di riformulare i problemi e disponibilità a esplorare più strade prima di arrivare a una risposta. Parlare di pensiero laterale, quindi, non significa proporre un pensiero confuso o arbitrario, ma riconoscere che l’apprendimento autentico cresce anche quando gli studenti vengono messi nella condizione di spostare lo sguardo, interrogare l’ovvio e costruire soluzioni nuove a partire da dati già noti.

Pensiero laterale: significato in parole semplici

In parole semplici, il pensiero laterale è il modo di pensare che aiuta a uscire dagli schemi abituali. Quando una persona affronta una situazione sempre nello stesso modo, tende a seguire percorsi mentali già consolidati: utili, spesso efficaci, ma non sempre sufficienti. Il pensiero laterale interviene proprio qui, perché invita a interrompere la risposta automatica e a chiedersi se esista un altro modo di guardare lo stesso problema.

Il significato di pensiero laterale, dunque, si comprende bene se lo si mette in relazione con l’idea di “spostamento”. Non si tratta di pensare in modo casuale, ma di spostare il ragionamento fuori dalla via più prevedibile, per esplorare possibilità che un approccio esclusivamente lineare non prenderebbe in considerazione. È un pensiero che cerca nuove prospettive, riorganizza gli elementi, accosta idee che in un primo momento sembrano lontane e prova a generare soluzioni originali ma pertinenti.

In ambito scolastico questo significa, ad esempio, aiutare gli alunni a non fermarsi alla prima risposta plausibile, ma a esercitare la capacità di:

  • formulare più ipotesi;
  • osservare una situazione da punti di vista diversi;
  • collegare conoscenze appartenenti ad ambiti differenti;
  • accettare che, di fronte a un problema complesso, la soluzione più efficace non sia sempre quella più immediata.

Per questa ragione il pensiero laterale è strettamente collegato a competenze oggi molto rilevanti nella didattica: problem solving, creatività, flessibilità, autonomia di giudizio, capacità di argomentazione. Non riguarda soltanto le discipline artistiche o umanistiche, ma può essere attivato in qualsiasi contesto in cui si chieda agli studenti di comprendere, reinterpretare, progettare, risolvere.

Il pensiero laterale e il superamento degli schemi abituali

Uno degli aspetti più caratteristici del pensiero laterale è il rapporto con gli schemi abituali. Ogni persona, per comprendere la realtà, costruisce progressivamente modelli mentali ricorrenti: categorie, abitudini di interpretazione, sequenze di ragionamento già sperimentate. Questi schemi sono indispensabili, perché consentono di orientarsi rapidamente, organizzare le informazioni e prendere decisioni in tempi ragionevoli. Tuttavia, proprio perché sono efficienti, tendono a diventare dominanti. Il rischio è che ciò che funziona nella maggior parte dei casi venga considerato automaticamente valido in ogni situazione.

Il pensiero laterale interviene come correttivo di questa tendenza. Non elimina gli schemi, ma ne mette in discussione la rigidità. Spinge a riconoscere che un problema può essere formulato in modo diverso, che una domanda può contenere già un’implicita direzione di risposta, che una difficoltà può dipendere non tanto dalla mancanza di soluzioni quanto dal fatto che si continua a cercarle nello stesso punto.

Per il docente, questo passaggio è molto importante. Nella pratica didattica, il superamento degli schemi abituali si traduce nella possibilità di proporre attività che non chiedano solo di riprodurre procedure note, ma anche di reinterpretarle. Significa, per esempio:

  • trasformare una domanda chiusa in una situazione aperta;
  • chiedere agli studenti non solo la risposta corretta, ma anche percorsi alternativi per arrivarci;
  • valorizzare l’errore come occasione di revisione del ragionamento;
  • sollecitare connessioni tra contenuti che di solito vengono affrontati separatamente.

In questa prospettiva, il pensiero laterale non va inteso come una semplice “tecnica della creatività”, ma come un atteggiamento cognitivo che rende meno rigido il rapporto con il sapere. Aiuta a comprendere che l’apprendimento non consiste soltanto nell’acquisire risposte corrette, ma anche nel rivedere le domande, cambiare prospettiva, riconoscere possibilità nuove dentro situazioni apparentemente già definite.

Dal punto di vista educativo, ciò favorisce un clima di ricerca più autentico. Gli studenti imparano che pensare non significa soltanto confermare ciò che già sanno, ma anche esplorare ciò che ancora non avevano considerato. In questo senso, il pensiero laterale diventa uno strumento prezioso per contrastare la meccanicità, la dipendenza da soluzioni standard e la tendenza a identificare l’intelligenza con la sola rapidità della risposta.

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Differenza tra pensiero laterale e pensiero logico o verticale

Per comprendere davvero il pensiero laterale è utile distinguerlo dal pensiero logico, spesso definito anche verticale. Il pensiero verticale procede per passaggi ordinati, seleziona le informazioni rilevanti, scarta quelle secondarie, analizza le relazioni tra i dati e costruisce una soluzione coerente secondo una sequenza lineare. È il pensiero che utilizziamo quando dobbiamo dimostrare, argomentare, verificare, classificare, dedurre. In ambito scolastico è essenziale, perché sostiene la comprensione rigorosa, la correttezza procedurale e la solidità del ragionamento.

Il pensiero laterale segue invece una dinamica diversa. Non si concentra subito sulla strada più probabile, ma esplora piste meno evidenti. Invece di selezionare immediatamente un’unica direzione, amplia il campo, introduce spostamenti di prospettiva, accosta elementi che il pensiero verticale tenderebbe inizialmente a tenere separati. Se il pensiero logico approfondisce, il pensiero laterale devia; se il pensiero verticale ordina, il pensiero laterale riorganizza; se il primo verifica ciò che è coerente, il secondo prova a far emergere ciò che non era ancora stato preso in considerazione.

La differenza, quindi, non va letta come opposizione tra un pensiero “serio” e uno “creativo”, ma come distinzione tra due funzioni cognitive complementari. Il pensiero verticale è necessario per controllare la validità di una soluzione; il pensiero laterale è utile per generare soluzioni nuove. Il primo garantisce precisione, il secondo apertura. Il primo consolida, il secondo disloca. Il primo tende a seguire la strada migliore già individuata; il secondo cerca anche strade che, in partenza, non sembrano le più ovvie.

Una sintesi efficace può essere questa:

  • il pensiero verticale cerca la risposta più corretta lungo un percorso ordinato;
  • il pensiero laterale cerca possibilità nuove, modificando l’angolo da cui il problema viene osservato.

Nella didattica entrambi sono necessari. Una scuola centrata solo sul pensiero verticale rischia di formare studenti molto dipendenti dalla procedura e poco capaci di affrontare l’imprevisto. Una didattica che valorizzi anche il pensiero laterale, invece, aiuta gli alunni a non identificare il sapere con la sola ripetizione di modelli già dati. Li educa a esplorare, a formulare ipotesi, a ristrutturare il problema, a tollerare l’incertezza iniziale che spesso precede una comprensione più profonda.

Per questo, la differenza tra pensiero laterale e pensiero logico non deve tradursi in una scelta esclusiva tra i due. Il docente efficace sa che i processi di apprendimento più ricchi nascono proprio dalla loro integrazione: prima si apre il campo delle possibilità, poi si verifica, si seleziona, si argomenta, si mette ordine. Il pensiero laterale, in questa prospettiva, non sostituisce il rigore del ragionamento, ma lo precede, lo arricchisce e ne amplia la portata.


Normativa sull’Inclusione Scolastica. Sintesi Essenziale 

Edward de Bono e la nascita del pensiero laterale

Il concetto di pensiero laterale è legato in modo diretto al lavoro di Edward de Bono, che lo ha formulato per descrivere una modalità di ragionamento diversa da quella puramente lineare, deduttiva e sequenziale. La sua riflessione nasce dall’osservazione di un dato molto semplice: spesso le persone non sbagliano perché mancano di intelligenza o di informazioni, ma perché continuano a pensare entro gli stessi schemi, seguendo percorsi mentali già consolidati. Da qui l’esigenza di nominare e chiarire un tipo di pensiero capace di interrompere l’automatismo, spostare il punto di vista e aprire possibilità nuove.

Il contributo di de Bono è importante perché ha dato dignità teorica a un’idea che oggi appare intuitiva, ma che per lungo tempo è rimasta ai margini rispetto alla centralità attribuita al ragionamento logico-analitico.

Perché De Bono parla di pensiero laterale

De Bono parla di pensiero laterale perché ritiene insufficiente una concezione del pensiero basata soltanto sulla logica lineare. Il ragionamento logico è indispensabile per verificare, selezionare, argomentare e dimostrare, ma non sempre basta quando si tratta di generare idee nuove o di affrontare problemi che richiedono un cambiamento di prospettiva. In molte situazioni, infatti, la mente tende a percorrere strade già note, a riconoscere configurazioni abituali, a ripetere schemi che hanno funzionato in passato. Questo rende il pensiero efficiente, ma anche prevedibile.

Il pensiero laterale viene introdotto proprio per cercare collegamenti che non emergono subito, di considerare anche ipotesi inizialmente marginali. La riflessione di De Bono si fonda dunque sull’idea che il pensiero non debba limitarsi a scegliere la soluzione migliore tra quelle già disponibili, ma debba anche saper produrre nuove opzioni.

Per questo il pensiero laterale non va interpretato come un invito alla confusione o all’improvvisazione. È, al contrario, un tentativo di rendere consapevole un processo spesso trascurato: la capacità di rompere la ripetizione automatica del già noto e di creare uno spazio in cui possa emergere qualcosa di diverso.


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Pensiero laterale: esempi semplici per capire davvero il concetto

Il modo più efficace per comprendere il pensiero laterale è vederlo all’opera in situazioni concrete. La definizione teorica, da sola, rischia di restare astratta; gli esempi, invece, mostrano subito il suo tratto distintivo: non cercare la risposta solo lungo il percorso più ovvio, ma cambiare angolazione, riformulare il problema, considerare possibilità che inizialmente sembrano secondarie.

Esempi di pensiero laterale nella vita quotidiana

Nella vita quotidiana il pensiero laterale compare ogni volta che una persona smette di insistere su una soluzione abituale e prova a guardare la situazione in modo diverso.

Un primo esempio molto semplice riguarda un oggetto che non si trova. Il modo più immediato di reagire è continuare a cercarlo nello stesso posto o ripetere gli stessi gesti in modo automatico. Un approccio laterale, invece, porta a fermarsi e chiedersi non solo “dove l’ho messo?”, ma anche “in quale situazione insolita avrei potuto lasciarlo?”, “chi potrebbe averlo spostato?”, “sto cercando l’oggetto o sto ripetendo una routine di ricerca?”. In apparenza è un dettaglio minimo, ma il cambio di domanda modifica il ragionamento.

Un altro esempio quotidiano si ha quando una persona deve risolvere un piccolo problema pratico, come organizzare un’attività in poco tempo. Il pensiero lineare tende a seguire l’ordine consueto: prima A, poi B, poi C. Il pensiero laterale può suggerire di cambiare l’ordine, eliminare un passaggio superfluo, coinvolgere un’altra risorsa, unire due azioni in una sola. Non inventa magicamente la soluzione, ma rompe la rigidità della prima sequenza mentale.

Lo stesso accade quando ci si trova davanti a un conflitto relazionale. L’approccio più immediato porta spesso a difendere la propria posizione o a insistere sul contenuto del disaccordo. Il pensiero laterale invita invece a spostare l’attenzione: forse il problema non è ciò che si sta dicendo, ma il momento in cui lo si dice; non il contenuto, ma il tono; non la divergenza in sé, ma il modo in cui le due persone stanno interpretando la situazione. In questo caso la soluzione emerge non da una maggiore insistenza, ma da una diversa lettura del problema.

Si può allora dire che, nella vita quotidiana, il pensiero laterale si manifesta quando:

  • si mette in discussione la prima interpretazione di una situazione;
  • si cambiano le domande invece di ripetere sempre la stessa;
  • si esplorano alternative che il primo sguardo tendeva a escludere;
  • si prova a risolvere il problema non “spingendo di più” nella stessa direzione, ma cercando un’altra direzione.

Esempi di pensiero laterale a scuola

Un primo esempio si può osservare in un’attività di comprensione del testo. In un lavoro tradizionale si può chiedere: “Qual è il tema del brano?”. Una domanda di questo tipo attiva soprattutto il riconoscimento corretto dell’informazione. In chiave più laterale, invece, il docente può chiedere: “Se dovessi cambiare il titolo del brano per orientare il lettore in un’altra direzione, quale titolo sceglieresti?” oppure “Quale personaggio secondario potrebbe diventare il vero centro del testo?”. Qui lo studente non si limita a individuare una risposta già contenuta nel brano, ma deve riorganizzare il materiale e guardarlo da una prospettiva diversa.

Un secondo esempio riguarda la matematica. Un problema standard chiede di trovare il risultato corretto attraverso una procedura nota. Un’impostazione più aperta può invece chiedere: “Esiste più di un modo per arrivare alla soluzione?”, “Quale passaggio potresti cambiare?”, “Quale errore potrebbe fare un compagno e perché?”. In questo caso il pensiero laterale non sostituisce il rigore matematico, ma aiuta a uscire dalla semplice esecuzione meccanica della procedura.

In storia, invece di limitarsi a domandare quali furono le cause di un evento, si può chiedere agli studenti di immaginare quale elemento, apparentemente secondario, avrebbe potuto modificare l’esito finale. In scienze, oltre alla spiegazione di un fenomeno, si può domandare quale idea sbagliata ma plausibile potrebbe formulare chi osserva per la prima volta quel fenomeno. In arte o in musica si può chiedere di reinterpretare un contenuto cambiando codice, prospettiva, funzione o destinatario.

Un esempio molto efficace nella pratica didattica è il cambiamento di vincolo. Se il compito chiede di presentare un argomento con un testo scritto, il docente può chiedere: “Come presenteresti lo stesso contenuto se avessi a disposizione solo cinque frasi?”, oppure “Come lo spiegheresti a un bambino più piccolo?”, oppure “Come lo trasformeresti in una domanda-problema?”. Il contenuto resta lo stesso, ma il cambio di cornice attiva processi cognitivi più flessibili.

A scuola, dunque, il pensiero laterale si riconosce quando il docente propone compiti in cui lo studente deve:

  • riformulare un problema;
  • trovare più percorsi possibili;
  • cambiare punto di vista;
  • collegare elementi che normalmente restano separati;
  • giustificare soluzioni non scontate ma coerenti.

Esempi di domande o problemi aperti da proporre in classe

Le domande aperte sono uno degli strumenti più efficaci per attivare il pensiero laterale, perché interrompono la ricerca della risposta unica e costringono a esplorare possibilità, argomentazioni, alternative. Per essere davvero utili, però, non devono essere vaghe: devono restare chiare, ma abbastanza aperte da consentire più percorsi di soluzione.

Nella scuola primaria si possono proporre domande come:

  • “In quanti modi diversi puoi usare questo oggetto senza usare la sua funzione abituale?”
  • “Se una fiaba fosse raccontata dal personaggio meno importante, che cosa cambierebbe?”
  • “Che cosa succederebbe se per un giorno sparisse una regola della classe?”
  • “Trova tre finali diversi per questa storia: uno realistico, uno buffo, uno imprevisto.”

Nella secondaria di primo grado si possono proporre problemi come:

  • “Quale altra spiegazione potremmo dare a questo fatto, oltre a quella più immediata?”
  • “Se tu dovessi difendere una tesi opposta alla tua, quali argomenti useresti?”
  • “Quale dettaglio apparentemente secondario potrebbe cambiare il significato dell’intero testo?”
  • “Prova a risolvere il problema senza usare il procedimento che hai imparato per primo.”

Nella secondaria di secondo grado il lavoro può diventare ancora più raffinato:

  • “Quale interpretazione alternativa si può dare a questo evento storico, mantenendo i dati ma cambiando prospettiva?”
  • “Come cambierebbe questo concetto se fosse spiegato in un altro contesto disciplinare?”
  • “Quale ipotesi non evidente merita comunque di essere presa in considerazione?”
  • “Quale domanda manca del tutto in questa spiegazione, ma sarebbe decisiva per comprenderla meglio?”

Anche le situazioni-problema funzionano molto bene. Si può, ad esempio, presentare una consegna volutamente incompleta e chiedere agli studenti quali informazioni mancano davvero per risolverla. Oppure si può proporre un compito con un vincolo insolito: spiegare un argomento complesso con parole semplicissime, difendere una tesi che inizialmente non convince, risolvere una situazione pratica con un numero limitato di strumenti, trasformare un errore in una possibile risorsa per ripensare il problema.

Ciò che conta, in tutti questi casi, è che il docente non chieda soltanto “qual è la risposta giusta?”, ma anche:

  • “quali altre risposte sono possibili?”;
  • “che cosa accade se cambiamo punto di osservazione?”;
  • “quale ipotesi stiamo escludendo troppo in fretta?”;
  • “stiamo risolvendo davvero il problema o stiamo solo seguendo un’abitudine?”

È proprio in questo passaggio che il pensiero laterale diventa didatticamente significativo: non come gioco astratto, ma come pratica che aiuta gli studenti a interrogare meglio i problemi, a tollerare l’esplorazione, a costruire risposte più consapevoli e meno automatiche.


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A cosa serve il pensiero laterale nella didattica

La sua utilità didattica è particolarmente evidente quando il docente non si limita a chiedere ciò che lo studente sa già riconoscere o ripetere, ma costruisce situazioni in cui diventa necessario cambiare prospettiva, riformulare il problema, collegare elementi diversi, immaginare soluzioni alternative. In questo senso, il pensiero laterale serve a rendere più ricca la qualità cognitiva delle attività scolastiche: non elimina il rigore, ma evita che il rigore si trasformi in rigidità; non sostituisce la correttezza, ma impedisce che la correttezza si riduca a pura esecuzione.

Dal punto di vista del docente, il suo valore consiste anche nel fatto che permette di lavorare su obiettivi oggi centrali nella progettazione educativa: autonomia di pensiero, flessibilità, problem solving, creatività, partecipazione attiva, capacità di argomentare e di costruire percorsi personali di comprensione.

Sviluppare creatività e problem solving

Uno dei principali motivi per cui il pensiero laterale è utile nella didattica è il suo contributo allo sviluppo della creatività e del problem solving. In ambito scolastico, la creatività non va intesa come spontaneità disordinata o produzione estemporanea di idee, ma come capacità di riorganizzare conoscenze, trovare connessioni nuove, immaginare soluzioni pertinenti e non scontate. Il pensiero laterale sostiene proprio questa dimensione, perché abitua gli studenti a non fermarsi alla prima risposta disponibile e a considerare che un problema possa essere affrontato anche in modi diversi da quelli più immediati.

Sul piano del problem solving, il suo ruolo è altrettanto rilevante. Molti studenti, soprattutto quando sono stati formati in contesti molto procedurali, tendono a identificare il problema con il procedimento già noto per risolverlo. Quando quel procedimento non basta o non funziona, vanno in blocco. Il pensiero laterale aiuta invece a uscire da questa dipendenza, perché insegna a distinguere il problema dalla sua prima possibile soluzione. Insegna a osservare meglio la consegna, a chiedersi se il compito sia stato compreso correttamente, a cercare vie alternative, a riconsiderare vincoli e dati.

Nella pratica didattica questo significa aiutare gli studenti a:

  • formulare più ipotesi davanti alla stessa situazione;
  • confrontare percorsi diversi di soluzione;
  • modificare una strategia quando quella iniziale non produce risultati;
  • considerare l’errore non solo come fallimento, ma come occasione per rivedere il ragionamento.

Favorire partecipazione, motivazione e flessibilità cognitiva

Il pensiero laterale è utile nella didattica anche perché favorisce una partecipazione più autentica e una motivazione più stabile. Quando l’attività scolastica si fonda soltanto sulla ricerca della risposta prevista, molti studenti finiscono per assumere un atteggiamento passivo: aspettano l’indicazione corretta, cercano di intuire ciò che l’insegnante vuole sentirsi dire, riproducono formule apprese senza coinvolgimento reale. Al contrario, quando vengono proposte domande aperte, problemi da reinterpretare, compiti che ammettono più percorsi plausibili, cresce la possibilità di un ingresso personale nel lavoro.

La partecipazione aumenta perché gli studenti sentono che il loro contributo non consiste soltanto nel confermare una soluzione già data, ma nel prendere posizione, avanzare ipotesi, giustificare un’idea, esplorare strade diverse. Questo produce spesso una dinamica didattica più viva: anche chi non eccelle nella risposta immediata o nella ripetizione meccanica può trovare spazio attraverso intuizioni, collegamenti, osservazioni originali. Il pensiero laterale, quindi, può avere anche una funzione inclusiva, perché amplia le modalità con cui gli alunni possono entrare in relazione con il compito.

Sul piano motivazionale, il suo valore è evidente perché introduce nella lezione un elemento di scoperta. Gli studenti si attivano più facilmente quando percepiscono che il compito non è chiuso in partenza, che esiste un margine di esplorazione, che il percorso non è totalmente predeterminato. Questo non significa rinunciare alla guida del docente, ma costruire consegne che rendano il lavoro intellettuale più significativo. La motivazione cresce quando l’apprendimento non viene vissuto come semplice esecuzione, ma come esperienza di ricerca in cui il soggetto può intervenire con un proprio apporto.

Tutto ciò si collega direttamente alla flessibilità cognitiva, cioè alla capacità di modificare strategia, prospettiva o criterio di lettura in relazione alla situazione. Questa competenza è oggi fondamentale, perché gli studenti devono imparare non solo ad acquisire conoscenze, ma anche a usarle in contesti diversi, a trasferirle, a riorganizzarle, a non irrigidirsi davanti all’imprevisto. Il pensiero laterale contribuisce proprio a questo obiettivo: abitua a non assolutizzare un solo punto di vista, a considerare alternative, a tollerare la momentanea incertezza che precede una comprensione più matura.

In termini educativi, ciò significa formare studenti meno dipendenti dalla procedura unica e più capaci di adattamento intelligente. Una didattica che valorizza il pensiero laterale non rende gli alunni meno rigorosi; li rende, piuttosto, meno rigidi. Li educa a comprendere che la qualità del pensiero non dipende soltanto dalla rapidità con cui si produce una risposta corretta, ma anche dalla capacità di rivedere, spostare, riformulare e costruire significati in modo consapevole.


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Come applicare il pensiero laterale in classe

Applicare il pensiero laterale in classe significa progettare attività che non chiedano soltanto di ricordare, ripetere o applicare una procedura già nota, ma che mettano gli studenti nella condizione di esplorare alternative, cambiare prospettiva, riformulare un problema e giustificare percorsi diversi. Dal punto di vista didattico, questo richiede una scelta precisa: costruire consegne che aprano lo spazio della ricerca senza trasformare la lezione in un’attività vaga o dispersiva.

Attività individuali

Un’attività efficace consiste, ad esempio, nel presentare una situazione e chiedere non una sola risposta, ma almeno due o tre possibilità diverse. In italiano si può proporre un testo breve e chiedere: “Trova un’interpretazione diversa da quella più immediata”; in storia: “Individua un elemento apparentemente secondario che potrebbe avere avuto un ruolo decisivo”; in matematica: “Risolvi il problema con un altro procedimento”; in scienze: “Formula un’ipotesi alternativa prima di arrivare alla spiegazione corretta”.

Funzionano bene anche attività come:

  • riscrivere una definizione con parole più semplici ma precise;
  • cambiare il punto di vista di un testo, di un evento o di una situazione;
  • trovare usi alternativi di un oggetto o soluzioni diverse a un piccolo problema pratico;
  • completare una consegna con un vincolo insolito, per esempio usando un numero limitato di parole o spiegando un concetto a un destinatario diverso.

Attività di gruppo

Le attività di gruppo rendono il pensiero laterale particolarmente fecondo perché introducono il confronto tra punti di vista diversi. Quando gli studenti lavorano insieme su un problema aperto, non si limitano a produrre una soluzione: devono negoziare interpretazioni, mettere a fuoco ipotesi, spiegare il proprio ragionamento, ascoltare alternative e rivedere le proprie idee alla luce di quelle degli altri. Questo rende il gruppo un contesto molto adatto per sviluppare flessibilità cognitiva.

Perché il lavoro di gruppo sia davvero efficace, però, non basta mettere gli alunni insieme. Occorre assegnare una consegna precisa, ma non chiusa. Ad esempio, si può chiedere a ciascun gruppo di:

  • trovare più soluzioni possibili a una stessa situazione-problema;
  • difendere una proposta e poi rivederla dopo aver ascoltato le obiezioni degli altri;
  • trasformare una domanda chiusa in tre domande più aperte e stimolanti;
  • costruire una spiegazione alternativa dello stesso fenomeno, purché coerente con i dati disponibili.

Molto utili sono anche le attività di reinterpretazione. Un gruppo può ricevere il compito di spiegare un contenuto in forma di mappa, un altro di trasformarlo in dialogo, un altro ancora di sintetizzarlo in forma di regola, esempio o situazione concreta. In questo modo il sapere non viene semplicemente ripetuto, ma riorganizzato.

Dal punto di vista metodologico, è opportuno che i ruoli siano chiari: chi coordina, chi annota le ipotesi, chi controlla la coerenza delle proposte, chi presenta il lavoro finale. Questa organizzazione aiuta a evitare che il gruppo si riduca a una discussione confusa o che uno solo decida per tutti.

Brainstorming, domande divergenti, riformulazione dei problemi

Tra le strategie più efficaci per applicare il pensiero laterale in classe, il brainstorming occupa un posto importante, a condizione che venga usato bene. Non deve essere un momento caotico in cui si raccolgono idee in modo casuale, ma una fase iniziale orientata a far emergere possibilità diverse prima della selezione e della sistematizzazione. Il suo valore sta proprio nel sospendere, per un tempo limitato, la ricerca immediata della risposta “giusta” per aprire uno spazio di esplorazione.

Accanto al brainstorming, sono centrali le domande divergenti. A differenza delle domande chiuse, che puntano a una risposta attesa, le domande divergenti chiedono agli studenti di ampliare il ragionamento. Sono domande come:

  • “Quale altra spiegazione è possibile?”
  • “Che cosa cambierebbe se modificassimo questo elemento?”
  • “Esiste un altro modo per interpretare questo fatto?”
  • “Quale soluzione potrebbe sembrare improbabile, ma merita comunque di essere considerata?”

Questo tipo di domande ha una funzione didattica molto precisa: costringe gli studenti a non fermarsi alla prima formulazione mentale del problema. E qui entra in gioco anche la riformulazione dei problemi, che è una delle pratiche più efficaci per attivare il pensiero laterale. Per questo è utile insegnare agli studenti a riformulare una consegna, chiedendosi, per esempio, se il problema possa essere espresso in un altro modo, se ci siano dati impliciti, se si stia dando per scontato qualcosa che andrebbe invece rimesso in discussione.

Nella pratica della lezione, questo può tradursi in attività molto concrete: riscrivere un quesito cambiando il punto di vista, trasformare una domanda chiusa in una domanda aperta, individuare i presupposti nascosti di una consegna, distinguere ciò che il problema dice da ciò che lo studente aggiunge automaticamente per abitudine. In questo modo il pensiero laterale entra nel lavoro disciplinare non come elemento decorativo, ma come strumento reale di approfondimento.


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FAQ

Che cos’è il pensiero laterale?

È un modo di pensare che cerca soluzioni meno ovvie e più originali.

Chi ha elaborato il concetto di pensiero laterale?

Il concetto di pensiero laterale è stato elaborato da Edward de Bono.

Che differenza c’è tra pensiero laterale e pensiero verticale?

Il pensiero verticale segue un percorso logico; quello laterale apre strade alternative.

A cosa serve il pensiero laterale?

Serve a trovare idee nuove, cambiare prospettiva e affrontare i problemi in modo più flessibile.

Quali sono alcuni esempi di pensiero laterale?

Trovare più soluzioni possibili, cambiare punto di vista, riformulare una consegna.

Come si può usare il pensiero laterale nella didattica?

Con domande aperte, problemi non lineari, brainstorming guidato e attività di rielaborazione.


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